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7.
LA VALUTAZIONE DEGLI ESERCIZI COMMERCIALI
In tema di stima di
esercizi commerciali esiste una limitata letteratura per quanto
riguarda la grande distribuzione, relativa cioè agli ipermercati,
supermercati, superettes, Discount Houses, centri commerciali,
ecc..
Ma ben poco si reperisce in ordine ai negozi tradizionali e cioè
a quelle porzioni di fabbricato, in genere di non elevata consistenza
(o comunque di consistenza inferiore a quella necessaria per lapertura
di un punto di vendita di grande distribuzione) normalmente presenti
in tutti i nuclei urbani.
La letteratura menzionata relativa alla grande distribuzione ha
sancito che la valutazione di tali strutture commerciali non può
essere attendibilmente operata con il procedimento sintetico-comparativo,
in quanto non avrebbe senso la comparazione di due o più
esercizi di grande distribuzione aventi necessariamente - in quanto
diversamente ubicati - caratteristiche non comparabili relative
a :
· sfera di influenza ;
· bacino di utenza ;
· reddito dei possibili utenti ;
· capacità di spesa degli utenti ;
· abitudini dacquisto degli utenti ;
· ed in definitiva un diverso fatturato annuo.
Infatti la valutazione degli esercizi commerciali della grande
distribuzione è basata esclusivamente, secondo la detta
letteratura, sul fatturato ritraibile dallesercizio stesso.
Accertato che lazienda commerciale di grande distribuzione può riservare al canone locatizio relativo allimmobile una percentuale variabile dal 2,5% (per i prodotti "food") al 4-4,5% (per i prodotti "non food" o "grocery"), il valore della struttura immobiliare destinata alla grande distribuzione è dato dalla capitalizzazione del canone che è possibile ottenere dallazienda che vi si installa ad un saggio adeguato. Tale saggio si ritiene debba essere un po più elevato di quello del settore immobiliare residenziale o terziario e ciò per tener conto della circostanza che un esercizio di grande distribuzione dopo un certo numero di anni (15-20 anni) deve essere, nella maggioranza dei casi, riconvertito per lintervenuta disaffezione del bacino dutenza.
Vien fatto di domandarsi
allora perchè per i negozi tradizionali non possa essere
seguito un metodo analogo di valutazione.
I procedimenti normalmente seguiti per la valutazione di tali
immobili, si basano essenzialmente sulla stima sintetico-comparativa.
Esistono infatti quotazioni riportate sulle mercuriali (o rilevabili
dalle offerte nel settore) secondo le quali il valore medio dei
negozi tradizionali in una certa zona di una certa città
è indicato con un minimo e con un massimo di solito senza
lulteriore distinzione per unità nuove, recenti e
vecchie (come invece accade per le residenze e per gli uffici)
in quanto la vetustà del fabbricato nel quale il punto
di vendita tradizionale è ricavato ha poca rilevanza per
quanto concerne la valutazione del negozio, se non per le poche
implicazioni concernenti lammontare delle opere di ripristino
che si possono rendere necessarie che dovrebbero essere sopportate
dal proprietario del negozio per imputazione millesimale.
Infatti non è tanto la vetustà del fabbricato che
incide sulla valutazione del negozio, bensì la posizione,
lentità del passaggio pedonale antistante, la possibilità
di reclamizzazione con insegne, ladiacenza di altri esercizi
commerciali, il bacino di utenza in termini di popolazione che
possa far capo al negozio per i suoi acquisti, lampiezza
della via sulla quale il negozio si apre, il numero degli occhi
di vetrina (sono più apprezzati i negozi dangolo
perché hanno più vetrine a parità di superficie
e perché il crocicchio è sicuramente di maggior
passaggio pedonale rispetto a quello delle vie che ivi si intersecano),
laltezza del locale ed alcune altre caratteristiche.
Laddove non esistano le mercuriali, un metodo seguito dai pratici
(in passato) era quello di applicare un coefficiente di maggiorazione
alle unità a negozio rispetto alla quotazione delle sovrastanti
abitazioni, ad esempio 1,5 oppure 2 volte il valore dellabitazione.
Un tempo si sosteneva che i negozi in Milano -Via Paolo Sarpi
o in C.so Buenos Ayres avessero quotazioni fino a 5-6 volte il
valore delle abitazioni nelle stesse vie.
Va rilevato che tali valori unitari erano riferibili solo alle
superfici di vendita, cioè al negozio vero e proprio.
Il retronegozio è quotato allincirca la metà
della superficie di vendita, il soppalco 1/3, il sottonegozio
- se raggiungibile da parte della clientela e abitabile - il 50-60%
del negozio stesso.
Si tratta, come ognun vede, di valutazioni del tutto discrezionali,
basate soprattutto sulla sensibilità del perito, sulla
sua esperienza, riferite esclusivamente ad un procedimento sintetico-comparativo
con possibilità di riscontro a reddito allorchè
lesercizio è locato e per di più locato con
canone congruo e recente.
Per quanto riguarda la dimensione, va annotato che molti Comuni
hanno emanato normative in forza delle quali le caratteristiche
degli esercizi commerciali vengono predeterminate, sia in termini
di presenza di servizi, sia anche in termini di dimensione.
Ne segue che, nei comuni dove vige la normativa dianzi ricordata, alcune unità commerciali aventi superficie ridotta, possono essere destinate solamente a lavorazioni artigianali (calzoleria, sartoria, ecc.) o alla rivendita di giornali e nel caso del Comune di Milano alla vendita di mangimi per animali, il che equivale ad affermare che i negozi aventi superfici di vendita inferiori a quelle minime, hanno valore molto ridotto rispetto alle quotazioni medie dei negozi circostanti proprio perché non hanno mercato, o hanno un mercato del tutto particolare.
LA VALUTAZIONE IN BASE AL FATTURATO
In genere i prezzi praticati
nei negozi tradizionali sono spesso più elevati di quelli
relativi ai medesimi articoli in vendita nei supermercati o nei
punti di vendita della grande distribuzione.
Il divario del prezzo è ascrivibile alla maggiore assistenza
offerta al cliente, talvolta ad oggettiva diversa qualità,
ma soprattutto alla diversa struttura delle due aziende: quella
della grande distribuzione riesce a spuntare prezzi di acquisto
notevolmente più favorevoli perché tratta quantità
certamente superiori rispetto ai negozi tradizionali ; inoltre
ha oggettivi minori costi di personale, di spese generali, di
ammortamento, ecc..
Se lazienda di grande distribuzione riesce a remunerare
tutti i fattori produttivi che intervengono per il conseguimento
del reddito ed a riservare allimmobile la percentuale variabile
dal 2,5% al 4,5% (in media 3,5%) del fatturato, poiché
i prezzi praticati dai negozi tradizionali sono mediamente superiori
rispetto a quelli praticati nei punti di grande distribuzione
si potrebbe argomentare che nel bilancio aziendale potrebbe essere
riservato allimmobile un canone locatizio allincirca
del 5% rispetto al fatturato.
E chiaro che tale percentuale varia in relazione del tipo
di articolo in vendita : un negozio di scarpe potrà riservare
allimmobile una percentuale diversa da quella di un esercizio
di frutta e verdura.
Ma è chiaro che - almeno in linea di massima ed orientativamente
- si può ottenere dal fatturato dellazienda commerciale
che esercisce il punto di vendita lammontare del canone
locatizio che la stessa azienda potrebbe sopportare. E dalla capitalizzazione
del canone locatizio anzidetto il valore del negozio.
In mancanza di elementi, poiché esistono gli studi settoriali (in special modo quelli redatti dal Ministero delle Finanze) nei quali è riportata la incidenza percentuale media nel canone di locazione sopportato dalle aziende commerciali che trattano diversi articoli, risulta sempre possibile - almeno a titolo di controllo - procedere alla valutazione dellimmobile adibito ad esercizio commerciale con il procedimento delineato.
IL SAGGIO DI CAPITALIZZAZIONE
Stabilito quale potrebbe essere il canone locatizio che lazienda commerciale potrebbe corrispondere per uso dellimmobile adibito a negozio occorre scegliere un adeguato saggio di capitalizzazione di tale reddito lordo conseguibile dalla locazione.
Rispetto al tasso di
capitalizzazione degli immobili residenziali, quello dei negozi
dovrebbe essere lievemente superiore, in quanto a termini di legge
la durata del contratto è superiore (6+6 anni) a quella
della locazione di un immobile residenziale (4 anni ex L. 392/78,
8 anni con patti in deroga), ma soprattutto per la possibile modificazione
del mercato, dei gusti dei consumatori o per la immissione sul
mercato di nuovi prodotti. Lazienda commerciale potrebbe
infatti aver necessità di adeguamenti o di modifiche strutturali
che potrebbero rendere inadeguato limmobile e che costringerebbero
lazienda ad unanticipata rescissione con conseguente
maggior probabilità di sfitto ed inesigibilità rispetto
alla residenza.
Di contro le manutenzioni dellimmobile sono sicuramente
di minor impegno nei negozi rispetto alle residenze e ciò
per la minor incidenza dei servizi e anche per la diversa destinazione,
oltre che per la circostanza che il conduttore in genere provvede
direttamente alle manutenzioni in argomento.
Diverso è il caso degli esercizi commerciali ubicati nel
centro storico della città ed in posizione commercialmente
molto appetite in quanto è minore il rischio di sfitto
ed inesigibilità e sono oggetto di una più ampia
domanda.
Tutto considerato, si ritiene che il saggio di capitalizzazione del reddito lordo per immobili commerciali, possa essere indicato attualmente nel 5% per gli immobili commerciali centrali e nel 6% per gli immobili semiperiferici o periferici.
Reperito quindi il canone
ritraibile dallesercizio, normalmente sopportabile - in
base ai costi standards - dallazienda commerciale che vi
si è installata, dalla capitalizzazione dello stesso ai
saggi preindicati si può reperire il valore dellimmobile.
Emerge immediatamente che il delineato sistema tiene conto implicitamente
di tutte le caratteristiche dellimmobile che si sono elencate
in precedenza, e cioè :
- ubicazione ;
- consistenza del passaggio pedonale ;
- abitudinarietà dellutenza ;
- possibilità di spesa da parte dellutenza ;
- eventuale ubicazione dangolo ;
- altezza dei locali ;
- coefficienti di ragguaglio dei retrobottega, dei sotterranei,
dei soppalchi ;
- ed in genere delle caratteristiche positive e negative dellimmobile
commerciale ;
fatta avvertenza che il valore che emerge dal delineato procedimento
riguarda la consistenza commerciale e quindi non solo la superficie
di vendita, ma anche tutti i servizi e gli spazi comunque connessi
ed utili allesercizio dellazienda.
UN INEDITO COROLLARIO
Se si accettano le considerazioni estimali che precedono, ove il saggio di capitalizzazione ritenuto adeguato sia del 5% e ove il canone locatizio normalmente sopportabile dallazienda esercente lattività commerciale sia anchesso del 5%, è evidente come il valore del negozio sia pari al fatturato annuo dellazienda commerciale conduttrice, mentre variando i saggi anzidetti si otterranno valori interposti fra circa il 65% ed il 100% del fatturato stesso.
Si può quindi sostenere che la valutazione degli esercizi commerciali di tipo tradizionale solitamente eseguita con il procedimento sintetico-comparativo, può trovare valido riscontro ove sia noto il fatturato (ottenuto od ottenibile nel caso di azienda che si debba ancora installare) secondo una percentuale variabile dal 65% al 100% del fatturato stesso in relazione alla posizione del negozio ed allarticolo trattato.
IL PROCEDIMENTO DI STIMA A COSTO DI RIPRODUZIONE
Il riscontro del valore ottenuto comparativamente mediante il procedimento in base al costo di riproduzione (vetustato o non) non sembra accettabile perché il prodotto edilizio costituito dalla porzione a negozio, può avere valore intrinsecamente diverso (in genere - ma non sempre - più elevato delle restanti porzioni delledificio ad esempio adibite a residenza o ad uffici) pur avendo un costo di costruzione allincirca pari a quello delle altre porzioni, se non addirittura inferiore perché le finiture dei negozi vengono eseguite di solito dalle aziende che vi si installano.
In alcuni riscontri a costo di riproduzione sono stati apprezzati diversamente gli oneri relativi allarea o la stessa incidenza dellarea sui negozi rispetto allincidenza del sedime relativo alle abitazioni, ma si tratta in genere di calcoli difficilmente dimostrabili matematicamente e comunque sempre soggetti ad una elevata discrezionalità e di conseguenza non sempre attendibili.
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